Galleria Suruti...'s profileL'arte di esisterePhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
March 16 L'arte di esistereVittorio Guida. Fratello. Amico. Consigliere. Artista............................
Ha realizzato la quasi totalità delle foto presenti nell'album "AFRICA" e la totalità delle foto in Burkina Faso per il sito della "ONG CIAO AFRICA", che ripeto andate a vedervi www.ciaoafrica.it e ribadisco siete pregati di commentare.
Vittorio opera in un'area praticamente planetare, per cui chi volesse contattarlo per vedere i suoi lavori e per saperne di più sul suo operato può contattarlo all'indirizzo vittorio.guida@fastwebnet.it
Il ritratto che allego però è opera mia.
Location........ mitica Trattoria dell'Oca Verde - Napoli Gli Mbole della RDCGli Mbole della Repubblica Democratica del Congo.
Il popolo Mbole è stanziato oggi nell’estrema parte sud occidentale della Repubblica Democratica del Congo ( ex Zaire ) ed è costituito da circa 150,000 persone dedite per lo più all’agricoltura ed alla caccia. L’unità produttiva principale è la famiglia nucleare che procura i mezzi necessari al sostentamento tramite la coltivazione di manioca, banane e riso, integrandoli con i prodotti derivati dall’allevamento di oche, capre e polli. Gli uomini del gruppo vanno a caccia con arco e frecce e completano la dieta familiare con prodotti ittici provenienti dai numerosi corsi d’acqua presenti nella regione. Si dice siano arrivati nell’attuale territorio durante una migrazione avvenuta nel XVIII secolo che dalla parte settentrionale del fiume Congo li condusse, attraverso la foce del fiume Lumani, fino alle zone meridionali ove attualmente risiedono. Il governo del gruppo è affidato al capo villaggio scelto tra i membri anziani della tribù ed anche le donne hanno una certa influenza poiché il modello di residenza è uxorilocale ( dopo il matrimonio, l’uomo deve trasferirsi nel villaggio della moglie ). La società Mbole trova suo fondamento nell’esistenza di tre società segrete che, in un certo modo, comprendono tutti i personaggi socialmente rilevanti del gruppo: la società Ekanga riservata ai guaritori ed agli indovini, l’Otuku appannaggio delle mogli dei dignitari più influenti e la Lilwa, la società più importante e potente, capace di dettare le regole di comportamento necessarie per la sopravvivenza della comunità. Le società segrete in Africa sono molto diffuse ed i loro appartenenti godono di molto potere e di uno status privilegiato. Possono partecipare alla Lilwa solo coloro che sono stati iniziati, in pratica tutti i componenti maschi del gruppo che possono farvi parte solo dopo la circoncisione, rito che segna il passaggio di un bambino alla condizione sociale di adulto. La circoncisione, che avviene al dodicesimo anno d’età ed è accompagnata da un isolamento rituale nella foresta, ha lo scopo di inculcare nei giovani il coraggio, la lealtà, la disciplina, il disprezzo per il dolore, oltre che di introdurre i neofiti al linguaggio segreto della Lilwa. Questa istituzione è necessaria per rendere consapevoli i membri del gruppo del ruolo che ricoprono all’interno della propria comunità e per assicurarsi l’obbedienza alle norme sociali sancite come imprescindibili. La società segreta Lilwa si suddivide in quattro livelli di cui il più importante è quello chiamato Isoya: ad esso appartengono i leaders religiosi del gruppo e le loro mogli. Questi capi spirituali sono tenuti in gran conto; infatti, quando muoiono sono seppelliti all’interno di un albero e la loro casa lasciata vuota e mai più occupata per indicare che, in realtà, la loro presenza è eterna. La principale produzione artistica degli Mbole è rappresentata dalle sculture chiamate Ofika, raffigurazioni molto particolari dell’essere umano. Gli esseri ritratti, infatti, presentano corpi emaciati e grottescamente allungati, le teste artificiosamente allargate, le labbra estremamente sporgenti e buffe capigliature che ricordano delle corone. Queste figure rappresentano gli uomini e le donne che, a causa di gravi colpe commesse contro la comunità, sono morte; esse sono mostrate ai giovani durante le cerimonie di iniziazione per far loro vedere le conseguenze provocate da una condotta immorale che cozza con le regole imposte dalla società e per inculcare il rispetto verso gli anziani, fautori di queste leggi. Sono presentate in pubblico anche in occasione di gravi calamità abbattutesi sulla tribù, sempre per enfatizzare il bisogno di totale osservanza delle norme necessarie alla sopravvivenza del gruppo. I metalli hanno sempre avuto una grande considerazione in Africa; gli artigiani che lavorano il ferro ed in generale tutti i metalli hanno goduto immancabilmente di uno status privilegiato: spesso risiedono lontano dai villaggi, sono circondati da una serie di tabù inviolabili, sono temuti, rispettati e considerati molto potenti. Tra gli Mbolo, infatti, esiste un proverbio che esemplifica le credenze relative ai poteri dei fabbri: “Kaaesikaaer ba\ni sa gaae difii an guaewa”, ossia “Una spada non fa paura alla schiena di un fabbro”. Evidentemente è molto sentito dalla gente comune il rapporto che lega questi uomini ai metalli che si celano nel ventre della terra e l’utilizzo del fuoco per la realizzazione dei manufatti rende ancora più mistico e simbolico il lavoro degli artigiani. Oggetti in ferro, dalle forme più disparate, come la moneta in questione che assomiglia quasi ad una foglia, erano concepiti per ricoprire funzioni simboliche e cerimoniali, oltre che per incarnare il semplice aspetto economico. Un’altra prerogativa artistica del popolo Mbole è rappresentata dalla produzione di ornamenti femminili in rame e ferro tra i quali spiccano per l’originalità della forma e per le modalità di utilizzo splendide cavigliere di rame massiccio dalla foggia tondeggiante. Molti popoli africani non possiedono nulla tranne quello che hanno indosso; tradizionalmente, infatti, la dote delle donne è costituita, oltre che da beni di utilità giornaliera ( utensili, contenitori, stoffe) e da capi di bestiame, soprattutto da gioielli realizzati in qualsiasi materiale che può spaziare dall’oro a semplici semi di piante dalle virtù riconosciute ed apprezzate. Le cavigliere di rame facevano parte della dote delle donne ma potevano anche servire per importanti transazioni di carattere cerimoniale ed erano, in ogni modo, esclusivo appannaggio delle classi più abbienti; questi oggetti rappresentavano, quindi, una “riserva” di ricchezza che, in caso di bisogno, poteva essere “convertita” secondo i casi in beni fungibili o in avanzamenti di status. Siccome non ne circolavano in gran quantità divennero subito molto apprezzate sia per il loro valore artistico sia per quello monetario. In questi casi non si verificò, evidentemente, la separazione prettamente occidentale tra gli ornamenti e gli oggetti monetari. Per creare questi pezzi l’artigiano versava il metallo fuso in un buco scavato nel terreno chiamato “la pozzanghera” che, una volta raffreddato, era lavorato fino ad arrivare ad una forma circolare e poi adattato direttamente al corpo del proprietario.
Riferimenti: E. W. Herbert “ Red Gold of Africa”, U. Wisc.Press, 1984. Scritti di Valentina Vanorio. Gli Idoma della NigeriaGli Idoma della Nigeria.
Gli Idoma, circa 600'000 persone, occupano i territori centrali della Nigeria, alla confluenza dei fiumi Benue e Niger; secondo indagini linguistiche essi proverrebbero da regioni settentrionali non meglio identificate. Vivono principalmente di agricoltura e commercio anche se una voce importante della loro economia è rappresentata dall’allevamento, dalla caccia e dalla pesca. Gli Idoma credono in un Dio creatore, ma forme di culto molto diverse tra loro sono affidate alle varie società segrete che costituiscono il fulcro delle credenze più profonde. La società ALEKWU, per esempio, è responsabile della celebrazione del culto dedicato alla periodica resurrezione degli antenati che ricoprono un ruolo sociale ritenuto vitale per il benessere della comunità. Un’altra società segreta, l’AIUTA, è un organo fondamentale per il mantenimento dell’ordine sociale che è affidato ai membri più anziani del gruppo. Gli Idoma credono fortemente nel potere degli antenati e degli spiriti della natura, ANJENU, che sono celebrati solennemente ed interpellati per risolvere i problemi che ogni giorno gravano sulla vita della comunità. Gli Anjenu sono invocati per sconfiggere malattie ed epidemie, per rendere fertile un’unione matrimoniale, per la buona riuscita dei raccolti, per agevolare trattative commerciali, etc. Gli antenati sono considerati come dei mediatori tra il popolo Idoma e tutto l’insieme delle forze soprannaturali li circondano; essi, inoltre, incarnano la memoria del gruppo: infatti, ogni occasione in cui si celebrano gli avi è buona per una pubblica declamazione della storia e delle genealogie della tribù. Gli Idoma credono in una forma di vita dopo la morte e credono nella possibilità degli antenati di influire sull’esistenza dei viventi e di proteggere i congiunti ancora in vita; ecco perché gli Idoma mantengono il contatto con i propri avi attraverso periodiche cerimonie rituali e libagioni. La struttura politica Idoma è basata sulla leadership di capi tradizionali che raggiungono il potere per via ereditaria; costoro, prima di prendere qualsiasi decisione, hanno il dovere di rivolgersi al consiglio degli anziani. In passato, le fondamenta della configurazione politica Idoma erano imperniate sul sistema delle classi d’età: tutta la popolazione maschile rientrava in distinte fasce d’età che determinavano lo status e le prerogative sociali degli individui che vi erano inclusi.
Le croci dei TuaregLe croci dei Tuareg
E. Vitta Zelman
1987 - Electa Stili del potereStili del potere
Antiche sculture in pietra dalla Sierra Leone e dalla Guinea
A: Tagliaferri
1989 - Electa, Milano
Elemond Arte
Elemond Editori Associati Arte africanaArte africana
E. Herold
1989 - Artia, Praga - prima ed. in francese
1991 - Aventinum, Praga
1991 - Fratelli Melita Editori - La Spezia
Storia universale dell'arteStoria Universale dell'arte
V. Grottanelli
Australia - Oceania - Africa nera
1987 Unione Tipografico - Editrice Torinese I sapori dell'Africa"Se vuoi conoscere i segreti di un uomo, siediti a tavola e mangia con lui". Bisogna partire da questo vecchio proverbio popolare per comprendere quanto sia importante soffermarsi a riflettere sul modo di vivere e di intendere il pasto in Africa. Non è una questione culinaria, non solo: i pranzi africani sono rituali tutti da scoprire. Sono momenti di condivisione e festa, occasioni preziose per socializzare, stringere nuovi rapporti, rinsaldare vecchie amicizie. Nella loro semplicità custodiscono cerimoniali spesso elaborati, rinnovati giorno per giorno, dove i gesti più piccoli possono celare significati profondi. La cucina delle regioni costiere risente di contaminazioni tipicamente orientali. Questa influenza è più marcata in Kenya, Tanzania, Sudafrica e Madagascar, dove molti piatti tradizionali sono stati arricchiti con salse e aromi importati da India, Cina, Arabia, Yemen e Libano. Ingredienti particolarmente diffusi nelle pietanze sono la noce di cocco, il curry e le banane, spesso stufate vicino alle carni o servite lesse insieme all'igname. Tra le spezie c'è un uso abbondante di vaniglia, ma anche di chiodi di garofano, zenzero, cannella, noce moscata. In Kenya, i piatti tradizionali sono l'irio, una purea di cereali, legumi e tuberi e l'ugali, una specie di polenta a base di farine di mais o miglio. Un'altra golosità popolare è il mandazi, una ciambella piatta in genere gustata con il tè durante la prima colazione. Il mkate mayai (letteralmente "pane uova") è una ricetta araba che si è intrecciata con le tradizioni culinarie della cultura swahili: in pratica è una pasta di farina di grano che viene stesa fino a formare una sottile sfoglia, riempita di carne tritata e uova crude, ripiegata e fritta. L'apporto nutrizionale degli amidi è garantito dalle patate, dal riso, dalla purea di banane da legumi (matoke) e dalla farina di granoturco (posho in Uganda). Il sambusa è probabilmente lo snack più diffuso nella regione e deriva dall'indiano samosa: si tratta di triangoli di pasta fritta imbottiti di carne tritata e aromatizzata. In Kenya e Tanzania è molto diffusa la nyama choma, ovvero la carne di capra alla brace servita con pilipili (peperoncino piccantissimo). Il pollo arrosto e le bistecche vengono serviti di solito nei ristoranti delle grandi città. Particolarmente prelibate sono le grigliate di carni esotiche (kudu, impala, springbok) e pesce. Ad ogni angolo di strada si trovano venditori ambulanti che propongono cibi leggeri ed economici: pannocchie arrostite sulla brace, patate dolci fritte (condite con limone e peperoncino), banane abbrustolite e dolci di vario tipo. La ricetta dei sambusa è piuttosto semplice e tutti gli ingredienti necessari sono facilmente reperibili nei tanti negozi che propongono cibi e spezie provenienti da varie parti del mondo. La propongo come antipasto o come secondo da accompagnare, magari, con della verdura. Per la pasta: Per preparare una ottantina di sambusa è necessario un chilo di farina da impastare con acqua e sale; una volta pronto l’impasto che deve risultare sodo ed elastico bisogna dividerlo in tante palline. Prendere le palline e spianarle con il matterello; prenderne una e, dopo averla ben unta con dell’olio, bisogna sovrapporgliene un’altra spianata ed ungerla a sua volta come fatto con la precedente (se esperti si arriva a formare uno strato di sei palline sovrapposte e spianate). Allargare ben bene tutto il composto dandogli una forma rotonda e larga. Porre la sfoglia in una padella antiaderente e farlo cuocere finchè non cambia colore; una volta tolta dal fuoco tagliare il tondo di pasta a croce e sfogliarlo fino a ricavarne tanti triangoli quante sono state le palline sovrapposte. Per il ripieno: Mettere a soffriggere con poco olio un trito di carne di vitello ed agnello e farla asciugare; quando è ben asciutta aggiungervi un trito di cipolla e peperoncini verdi (o comunque della varietà che si preferisce), un peperone tagliato a pezzetti, semi di cumino e di coriandolo precedentemente pestati, semi di nigella (facoltativi) e delle patate tagliate a cubetti facendo attenzione a non cuocerle completamente in modo da terminarne la cottura durante la frittura. Cuocere finchè la carne non è ben cotta. Preparare i sambusa: Preparare una pastella con acqua e farina necessaria a fungere da collante per chiudere i triangoli. Ripiegare un lembo e con un dito stenderci una striscia di colla di acqua e farina. Sovrapporre il lato opposto incollando per bene facendo molta attenzione a non lasciare spazi vuoti, altrimenti quando si frigge entra l'olio della frittura. Aprire formando un cono (come i coni delle olive) e, aiutandosi con un cucchiaio, riempire con il ripieno. Chiudere il lato inferiore; procedere spalmando la colla sui lati del lembo superiore e chiuderlo, incollando per bene facendo molta attenzione a non lasciare spazi vuoti e proseguire fino ad esaurimento degli ingredienti, posando i sambusa su dei panni leggermente infarinati e infarinandoli leggermente. Friggerli in abbondante olio bollente. La fantasia nell’arricchire o modificare gli ingredienti secondo il proprio gusto non pregiudica l’esito finale…buon appetito. March 15 Discussione su ONG Ciao Africa
Citazione ONG Ciao Africa Africa: the arts of the continentsLa prima pubblicazione fu in occasione della mostra " Africa: the arts of the continent ", tenutasi alla Royal Academy of Arts d Londra dal 4 Ottobre 1995 al 21 Gennaio 1996.
Prestel Verlag, Munich - London - New York, and Royal Academy of Arts, London 1999 African maskQuesto libro fu pubblicato in per la prima volta in occasione della mostra all' Haus der Kunst, Monaco (14 Febbraio - 27 Aprile, 1997), Kunsthalle Bielefeld (15 Maggio - 3 Agosto, 1997), Banca Generale del Luxembourg (1 Settembre - 30 Ottobre, 1997), Museo reale dell'Africa centrale Tervuren, Belgio (29 Maggio - 13 Settembre, 1998), e Fondazione Bismarck, Parigi (1998).
Prestel Verlag, Koniginstrasse 9, 80539 Munich
e-Mail: sales@prestel.de March 14 La società YombeGli Yombe, circa 350'000 persone, occupano i territori nord occidentali dell’odierna Repubblica Democratica del Congo. La loro storia è molto antica: spostatisi dalle terre dell’attuale Gabon nel XV secolo mossero verso sud assoggettando le popolazioni Manyanga e Bwende che arrivarono nell’area intorno al XVI e XVII secolo. Successivamente, l’espansione della potente etnia Kongo costrinse gli Yombe a trovare nuovi territori, stabilendosi infine lungo le sponde del fiume Congo. Anche se il contatto con la presenza europea fu essenzialmente limitato fino alla fine del XIX secolo, le testimonianze artistiche yombe riflettono un’aderenza ai canoni stilistici portoghesi del XVI secolo, dimostrando che l’effettiva influenza degli stranieri era molto più antica di quanto si pensasse. Gli Yombe vivono essenzialmente di agricoltura ( mais, manioca, fagioli )[1] ma completano la propria dieta con i prodotti derivanti dall’allevamento ( capre, maiali, polli e cani ) della caccia e della pesca. Il lavoro è distribuito su base sessuale: agli uomini spetta il compito di ripulire i campi, di andare a caccia e di praticare attività tradizionalmente maschili, come la tessitura, la scultura, e al forgiatura dei metalli. Le donne si occupano, invece, del lavoro nei campi, dell’allevamento della prole e della lavorazione della terracotta per uso domestico. La popolazione Yombe basa il proprio fondamento su una divisione della tribù in nove clan, ognuno dei quali ha il compito di occuparsi di determinate incombenze morali e sociali; tutti i clan discendono da una mitica figura, Mbaangala, dalle cui nove figlie presero il nome i diversi clan. Ogni clan ha il proprio capo, mfumu makanda, che è eletto in base alle sue capacità oratorie ed alla sua ricchezza. Storicamente, gli Yombe riconoscevano il potere ad un unico capo, anche se, oggi, sono i “capi della terra” a dettare legge sia in campo politico che religioso. Il Dio supremo è Ngoma Bunzi; egli risiede in un posto inaccessibile agli uomini, chiamato Yulu, che non possono interagire direttamente con lui. Per comunicare con Dio, gli Yombe si rivolgono a degli intermediari rappresentati dagli spiriti della terra ( Nzambi a Tsi ) e dagli spiriti dei fiumi ( Simbi ). Il culto degli antenati è ben presente nella società yombe ed esistono degli altari sacri dedicati, appunto, agli avi ed ai capi ai quali, solitamente, si attribuiva poteri sacri. Altre figure di spicco sono i guaritori ( Waganga ), personaggi che, sconfiggendo malattie, allontanando il male, convogliando la buona sorte e vanificando i malefici delle streghe, sono in grado di proteggere e perpetuare l’equilibrio necessario al benessere della società. L’attività dei Waganga è strettamente correlata alla produzione di sculture chiamate Nkisi e Nkonde, delle quali parleremo diffusamente più avanti. Gli Yombe sono considerati uno dei popoli artisticamente più prolifici di tutta l’Africa: la produzione plastica, influenzata anche dal potente regno Kongo di cui gli Yombe fecero parte in un determinato momento storico, ha presentato delle opere ritenute tra le più raffinate di tutto il Continente Nero. Le rappresentazioni più apprezzate sono le maternità, chiamate Phemba [2], usate nelle pratiche divinatorie oppure associate ai riti di fertilità; le donne sono considerate delle entità cruciali nella società yombe, poiché viste non solo come forze creatrici, ma anche come profetesse e guardiane degli spiriti. L’arte collegata alla corte reale, invece, si è manifestata prevalentemente tramite una produzione di “oggetti di lusso” come bastoni di comando, scacciamosche, scettri, lance e strumenti musicali tra i quali figurano tamburi, trombe e fischietti. Tra gli Yombe, contrariamente a ciò che accade presso la maggior parte delle popolazioni africane, esistono pochissime tipologie di maschere, molto rare, che sono usate per importanti cerimonie che coinvolgono l’ intera comunità. La magnifica scultura in questione è un superlativo esempio di Nkisi [3]. Sotto questo nome possono essere annoverati tutti i “feticci” che presentano inseriti nella superficie lignea chiodi e specchi [4] . Generalmente le sculture nkisi sono intese come contenitori di sostanze o medicine, chiamate Bilongo, in grado di accrescerne il potere. Tra le sostanze impiegate a questo scopo troviamo materie animali, vegetali e minerali, spesso accompagnate dal sangue, vero centro della forza vitale. Gli Yombe credono che la presenza di queste sostanze possa aumentare il potere del feticcio e renderlo in grado di fungere come efficace mediatore tra gli uomini e gli spiriti. Le “medicine”di solito sono tenute al riparo in cavità della scultura, posizionate tradizionalmente nello stomaco, nella testa o nella schiena della figura. Lo Nkisi, arricchito da tali sostanze e dal potere degli waganga, è in grado di agire per perseguire diversi scopi, sempre favorevoli per la comunità. In tutta l’Africa centrale, il vetro e gli specchi sono materiali comunemente usati pe la preparazione degli Nkisi, perché simboleggiano sia la purezza e l’integrità morale, sia la capacità degli specialisti rituali di esercitare la chiaroveggenza. Storicamente esistono due tipi di Nkisi, uno deputato all’uso privato, l’altro dedicato ad un uso pubblico; ambedue le tipologie agiscono per favorire il benessere e la felicità dei proprietari. Nella realtà possiamo riscontrare quattro tipi di Nkisi: 1) gli Nkondi, feticci di cattivo augurio, che di solito brandiscono un coltello o una lancia 2) gli Npezo che seguono il concetto degli Nkondi, ma sono considerati meno minacciosi 3) i Na Moganga, figure benefiche che proteggono dalle malattie e dagli spiriti malvagi 4) gli Mbula che preservano dagli atti di stregoneria. Gli Nkondi solitamente sono di dimensioni maggiori degli Nkisi ed assolvono compiti diversi. Alcuni studiosi sostengono che la differenza tra lo nkisi e lo Nkondi dipende dall’uso rispettivamente pubblico o privato che si fa della scultura. Pare che gli Nkondi siano usati per deviare la direzione degli atti di stregoneria e, soprattutto, per regolare patti ed alleanze. Il potere degli Nkondi è rinnovato ogni volta che sulla sua superficie viene conficcato un nuovo chiodo o un’altra lamina di ferro. Sembra che ognuna di queste lame corrisponda ad una causa, ad un litigio, durante la quale sono invocati i poteri magici necessari a trovare un appianamento. [1] Gli Yombe praticano l’agricoltura a rotazione; questa tecnica prevede il progressivo abbandono di un territorio troppo a lungo sfruttato. Un lasso di tempo più o meno lungo, dipendente dalle peculiarità del suolo, permette al terreno di rigenerarsi, operazione facilitata anche dal taglio degli arbusti presenti nell’area che, una volta bruciati, costituiranno il miglior fertilizzante possibile per ristabilire l’equilibrio del terreno inaridito. [2] Le maternità Phemba sono associate tradizionalmente alle madri che hanno perso un figlio e desiderano di averne un altro. [3] Nkisi significa “medicina”. [4] Alcuni tentativi di classificazione di questo tipo di scultura prediligono chiamare “Nkisi” le sculture di potere che presentano lo specchio e “Nkonde” gli esemplari che, invece, sono cosparse di chiodi e lamine di ferro. Gli spiriti guardianiLa popolazione dei Bakota (circa 30.000 persone ) occupa la parte orientale dello stato del Gabon, vicino alla frontiera della Repubblica del Congo e si suddivide in piccole tribù, i Mahongwe, i Sango, gli Obamba e gli Shamaye che differiscono ben poco tra di loro rispetto alle pratiche rituali e cerimoniali. In momenti di crisi collettive ( siccità, epidemie, catastrofi naturali, guerre, etc. ) ogni famiglia tira fuori il suo bwiiti e lo pone all’esterno della casa, come per offrirlo in aiuto a tutta la comunità e poter evitare così il pericolo incombente con cerimonie di gruppo. Anche al momento dell’iniziazione della classe dei Giovani tutti i reliquiari sono portati all’esterno delle capanne per assistere alla danza che farà ogni capo di lignaggio, abbigliato in modo molto elaborato, brandendo il suo BWIITI familiare per guidare e proteggere il passaggio d’età, fondamentale per la comunità. E’ interessante capire la valenza simbolica che assumono i metalli usati per la costruzione del Bwiiti, rame ed ottone, in questo contesto strettamente mistico e cerimoniale. La superficie metallica è sfregata e pulita accuratamente con rituali ben precisi per far sì che il suo potere riflettente sia al massimo: questa capacità metallica rimanda ad un’idea di forza vitale, di potere profetico, di allontanamento definitivo del male. Il reliquiario in nostro possesso, pur non essendo antico, è un esempio di pregevole fattura e, considerando la difficoltà di reperimento di simili oggetti rituali, concepiti ancor oggi con lo stesso spirito di un tempo e non con intenti turistici, ci riteniamo fortunati nel proporlo a qualche appassionato o a qualche neofita d’arte africana. Il Bwiiti in questione è sicuramente appartenuto ad un membro della tribù dei Mahongwe per via della conformazione della testa che presenta una forma semi-ovale, mentre i reliquiari tipici della sezione maggioritaria Bakota hanno una configurazione ben diversa: la testa è molto più elaborata, meno stilizzata, con complicati decori che la fanno risaltare in modo immediato ed il “ corpo” supporta delle braccia messe ben in evidenza in sezione frontale. Il nostro esemplare ha la superficie rivestita di fogli e fili di rame e solo gli occhi ed il naso sono stati realizzati in ottone; la sua fattura può risalire a non più di trenta o quaranta anni fa. Gli uomini della lunaI Wanyamwezi[1], il cui numero ammonta a circa 500'000 persone, abitano i territori a sud del lago Vittoria, nella regione di Tabora, nella Tanzania nord occidentale. Intorno al 1800 presero in mano le redini delle rotte carovaniere che dall’ovest del paese si spingevano fino alla costa e che portavano grandi quantità di merci preziose come l’avorio, tanto per fare un esempio. Letteralmente “Wanyamwezi” significa “il popolo della luna”; il nome prese origine proprio dalla dedizione di questa gente al commercio ed i loro lunghi viaggi, regolari e costanti, furono paragonati al comparire ed allo scomparire altrettanto incessante della luna nel cielo. Il gruppo degli Wanyamwezi vive di agricoltura e di allevamento; abitano in villaggi che possono essere considerati come una sorta di principati semi autonomi[2], ognuno dei quali ha il proprio capo che è il responsabile del benessere della comunità. L’aspetto spirituale, invece, è dominato da altre figure molto potenti: gli stregoni. I Wanyamwezi credono in un dio onnipotente che, però, considerano molto lontano e temibile; ad esso non rivolgono preghiere perché è percepito come irraggiungibile e troppo potente per essere interpellato per le questioni di ogni giorno. Le credenze religiose, quindi, sono imperniate sul culto degli antenati e dei capi, figure ritenute vitali per la stessa sopravvivenza della tribù, che fungono da tramite tra il Dio supremo e la gente del gruppo. Ogni capanna ha nel cortile retrostante una piccola costruzione, chiamata Musinio, che rappresenta una sorta di altare familiare ove ogni membro della casa si reca per pregare e per deporre offerte agli antenati; le pareti sono decorate con dipinti simbolici dai colori vivi e brillanti e dai muri pendono contenitori con le offerte dei congiunti. L’arte nyamwezi è legata al culto degli antenati e dei capi villaggio che, come abbiamo visto, sono le figure che dominano le strutture socio politiche ed il sistema di credenze di questa popolazione. Sono famosi, infatti, i bellissimi troni scolpiti destinati appunto ad i capi. Questi seggi hanno il sedile circolare e sono sostenuti da tre gambe; lo schienale, sempre molto alto, è “abbracciato” dal corpo di un uomo, o di una donna, la cui testa scolpita sovrasta l’intera struttura. Altre espressioni artistiche tipiche di questo gruppo sono delle figure umane intagliate in un legno scuro e molto duro che presentano una forma bizzarramente allungata ed i cui gli occhi sono indicati sempre da perline colorate. Queste sculture rappresentano gli antenati e sono piazzate vicino ad ogni abitazione ma si ritiene che alcune di esse, qualora presentino dei tratti del corpo stranamente enfatizzati o, in alcuni casi addirittura deformi, possano essere utilizzate nel corso di sedute divinatorie imperniate attorno all’elemento acqua.
Riferimenti: Tom Phillips (ed.) “Africa.The Art of a Continent”, Prestel Verlag, London, 1999. Testo di Valentina Vanorio. Il regno BakubaEnid Schildkrout “ Design and Appropriation: The Transformatic Meaning in a Global Market”, Il regno BaKuba si estende nella parte sud orientale della Repubblica democratica del Congo (ex Zaire, territorio un tempo sotto il controllo coloniale belga ), una fertile regione delimitata dai corsi dei fiumi Kasai e Sankuru. La popolazione, che ammonta a circa trecentomila persone, vive di pesca e dei frutti dei raccolti di mais e cassava, alimenti importati dal Nuovo Mondo da viaggiatori e mercanti di schiavi europei ed introdotte nella regione con gran danno per le preesistenti coltivazioni. All’inizio del XVI secolo, il popolo BaKuba iniziò a muoversi dalle regioni settentrionali del paese dirigendosi verso sud e decise di stanziarsi in un territorio già occupato dalle tribù Twa, popolazioni che ben presto furono del tutto assorbite dai nuovi arrivati. L’apice del regno BaKuba si può collocare intorno alla metà del XIX secolo; questa situazione di relativa stabilità contrasta in pieno con tutto ciò che in quel periodo succedeva ai danni delle popolazioni della zona, tormentate dalle scorrerie dei mercanti di schiavi. I BaKuba, forse a causa del loro isolamento nelle zone forestali, furono risparmiati da questo orrendo mercato ed il loro sviluppo politico ed economico potette andare avanti. Il regno BaKuba , contrariamente a quanto accadde per altri regni e principati della zona delle foreste, fu un esempio di stabilità politica per oltre quattrocento anni: i sedici gruppi ( Bushoong, Ngendese, Kel, Pyaang, Bulaang, Bieeng, Ilebo, Idiing, Kaam, Shoowa, Bokila, Maluk, Ngongo, Ngoombe Kayuweeng ed altri ) tra cui i più numerosi nonché i più conosciuti sono i BUSHOONG e gli SHOOWA, hanno convissuto senza traumi particolarmente violenti, anche perché la costituzione del regno ha tenuto sempre conto di ogni gruppo etnico. Il culto del Dio supremo, come in tanti altri contesti africani, non pare essere di grande centralità: Dio è troppo lontano ed irraggiungibile per potersi occupare dei problemi giornalieri degli uomini. A questo possono ben provvedere gli antenati che, avendo in passato vissuto come ora fanno i loro discendenti, possono capire in pieno le necessità dei viventi. Ad aiutare gli antenati ci sono anche gli spiriti che sono presenti in tutti gli elementi della natura e che fungono altrettanto bene come mediatori tra Bumba e gli uomini. Una pratica molto sentita è quella della divinazione mediante oracoli per stabilire le cause delle calamità che si abbattono sui singoli e sulla comunità. Il divinatore usa degli oracoli “da sfregamento”, delle piccole sculture di legno raffiguranti piccoli cani[1], ritenuti in grado di fornire le risposte ad ogni quesito che il “mago” porrà. I BaKuba, conosciuti da lungo tempo per la produzione di splendidi tessuti, sono noti come “il popolo che non tralascia di adornare nessuna superficie” ed estendono la propria abilità decorativa ad ogni tipo di oggetto: intricati modelli geometrici sono tracciati su tessuti, stuoie, cucchiai, coppe per bere il vino di palma, scatole, ceste e persino sui corpi dei membri del gruppo. In passato, infatti, tutte le donne usavano adornarsi di cicatrici tribali, le “scarificazioni”, che, come ogni segno distintivo d’appartenenza, marcavano i passaggi significativi della loro vita come il matrimonio e la gravidanza. I modelli incisi sulla pelle avevano un’origine mitica; si riteneva, infatti, che avessero preso vita dall’eroe fondatore della stirpe BaKuba, WOTO. Questi tessuti sono realizzati con le fibre della palma Raphia Vinifera mediante un processo lungo e complesso che include la partecipazione di uomini, donne e bambini appartenenti allo stesso clan; si parte dalla raccolta e dalla preparazione della rafia, poi si passa alla tessitura della base ed alla tintura delle fibre, fino ad arrivare all’ultimo passaggio che è dato dalle applicazioni finali, dai ricami, dai patchwork così abilmente realizzati. Il sottogruppo BaKuba degli Shoowa, invece, è famoso per decorare la base in rafia con ricami a rilievo noti come i “velluti del Kasai”. Ogni disegno geometrico è ricamato sui pannelli e si sviluppa su tutto il tessuto; le stoffe prendono il nome dal motivo dominante: Molabo (Dito), Bisha Koto (schiena di coccodrillo), Nyinga (Fumo). L’effetto che si ottiene con questa tecnica di ricamo a rilievo è simile a quello sfrangiato della ciniglia; la ricamatrice ammorbidisce le punte di fili di rafia masticandole con delicatezza ed arrotolandosele sulle gambe e spinge un ago di ferro attraverso la superficie del tessuto sotto la trama. Lo spessore del tessuto mantiene i singoli elementi al loro posto senza nodi. Testimonianze portoghesi risalenti al XVI ed al XVII secolo parlano di questi tessuti quadrati di rafia come vere e proprie “monete” ed in effetti si può asserire con certezza che queste espressioni artistiche divennero valuta corrente in epoca coloniale. In tale contesto queste stoffe divennero un elemento centrale per regolare alcune relazioni sociali. Tradizionalmente, infatti, il monopolio dei tessuti era appannaggio della classe anziana della comunità che traeva grande ricchezza da questo privilegio esclusivo; siccome queste stoffe erano il mezzo indispensabile per pagare il “prezzo della sposa” ( pagamento che lo sposo fa alla famiglia della fidanzata al momento delle nozze ) i giovani dovevano necessariamente ricorrere agli anziani per procurarsele. Controllando il movimento delle stoffe, gli anziani avevano la possibilità di sposarsi più di una volta, avevano diritto a scegliere le donne provenienti dalle famiglie più abbienti e potevano consolidare così la propria posizione sociale ed economica in seno al gruppo. Questo tessuto Shoowa è collocabile approssimativamente nell’arco della seconda metà del XX secolo.
Riferimenti: saggio presentato all’International Design Conference in Aspen, 2000. J. Gillow, “Tessuti Africani. Colore e creatività attraverso un continente”, Skira Editore, Milano, 2003. A. E. Svenson, “Kuba Textiles: An Introduction”, in Newsettler. Volume 8, Number 1, Jan. 1986, pp.2-5.
Stesura testo: Valentina Vanorio. [1] Per i BaKuba i cani rappresentano i “distributori” dei voleri degli dei e, perciò, sono sempre presenti alle battute di caccia ( un buon risultato è un regalo degli dei ) e sono associati ad i divinatori. |
|
||||||||
|
|